L’incontro con l’orango

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C’è una parte del filmato sul trekking al parco Gunung Leuser che ho inserito nel mio canale YouTube che trovo memorabile: in una sorta di intervista che mi fa mia moglie, dichiaro: “Diciamo sempre che è l’ultimo trekking, ma sono sicuro che troveremo un’altra scimmia da andare a vedere…”.
Andare sulle tracce dell’orango è stata una faticaccia e il mio respiro affannoso lo dimostra. Ma certamente lo rifarei.

L’orango è un primate della famiglia degli ominidi e del genere pongo. E’ l’unico primate di grandi dimensioni che esiste fuori dal Continente africano e, curiosamente, il nome del genere deriva dall’errata convinzione che l’orango sia simile al gorilla. Pongo viene infatti da mpungu, che in lingua Kikongo (lingua franca bantu dell’Africa centro occidentale) significa grande scimmia simile all’uomo.
Esistono 2 tipi di orango: il pongo pygmaeus del Borneo e il pongo abelli (secondo la definizione coniata dal naturalista francese René Primevère Lesson nel 1827) di Sumatra. Un tempo si pensava che il pongo abelli fosse una sottospecie del pygmaeus. Di fatto, è questa la specie più rara. Si trova solo nella foresta pluviale della zona nord di Sumatra, anche se gli studi sui fossili sembrano indicare che l’orango di Sumatra fosse diffuso un tempo in tutta l’isola e anche sull’altra isola indonesiana di Giava.

L’orango è un animale solitario. Il orangotrekking è quindi molto diverso da quello sulle tracce dei gorilla o degli scimpanzè, che si muovono in comunità. Non ci precedono tracciatori, ma si conta sul fatto che ci sono diverse femmine che sono state strappate alla cattività (grazie a un progetto governativo degli anni ’70) e reintrodotte nella foresta perché si riproducano. Di solito non stanno tanto lontane dai centri abitati e, soprattutto, tendono a raggiungere una piattaforma dalla quale i Ranger del parco Gunung Leuser distribuiscono cibo. E’ possibile, specie quando hanno i piccoli appena nati, che le femmine nate in cattività abbiano qualche problema a trovare da mangiare. Essendo animali territoriali, si ha dunque una concreta speranza di incontrarli nell’area attorno alla piattaforma.
E’ il caso di Mina, un orango di circa 40 anni e che si è già riprodotta 2 volte (l’orango femmina è fertile tutta la vita, che nella giungla dura mediamente 50 anni). Quando la incontriamo noi, ha un piccolo di pochi mesi, ma ci dice la guida Antonio (che cerca di farci credere che il suo cognome è Banderas) che ha avuto un altro cucciolo, a sua volta femmina e a sua volta madre. Tecnicamente, Mina è nonna. E’ famosa Mina per essere aggressiva, quando incontra i turisti. E’ probabile che questa attitudine dipenda dal fatto che si è abituata ad avere da mangiare, quindi reagisce male, se i turisti si limitano a fotografarla. Antonio raccomanda di non appoggiare gli zaini e di essere pronti a scappare, mentre la seconda guida (da quel che capisco, si chiama Raja) si avvicina a Mina e le dà della frutta. L’orango mangia senza colpo ferire e il piccolo, che è già abbastanza indipendente, ruba letteralmente i frutti dalla bocca della mamma. Questo primate si nutre prevalentemente di frutta, ma una parte della sua dieta è formata da insetti e uova.
Mina non è il primo orango che vediamo. Mentre facevamo colazione all’EcoTravel Lodge di Bukit Lawang c’era un maschio giovane che ondeggiava sugli alberi dall’altra parte del fiume Bohorok. Da un punto di vista teorico, avremmo dovuto attraversare il fiume in canoa e salire alla piattaforma dove i Ranger alimentano gli oranghi. Ma il fiume era troppo gonfio d’acqua, così abbiamo risalito la strada che attraversa il centro abitato di Bukit Lawang (sostanzialmente, qualche bar-ristorante e mini market; un po’ diversa dalla “affollata località turistica” descritta dalla guida Lonely Planet…) e attraversato il fiume utilizzando un ponte. E’ andata a finire che alla piattaforma non siamo mai arrivati.

La guida Raja mi ha dato 2 delusioni:
1) Mi ha tolto ogni speranza di vedere una tigre: “Io sono nato qui e ho visto solo le tracce”.
Non che ci tenessi a incontrare una tigre a piedi nella foresta pluviale (recentemente, una tigre di Sumatra ha sbranato una guardiana di uno zoo in Nuova Zelanda…), ma speravo ci fosse un safari in auto da qualche parte. Anzi, avevo iniziato ad accarezzare l’idea di visitare Sumatra dopo aver letto un articolo nel quale si affermava che si tratta di uno dei pochi posti al mondo dove è facile vedere la tigre. A questo punto, andrò a vedere la tigre di Sumatra al bioparco di Roma
2) Preso atto che gli altri 3 componenti del gruppo erano studenti universitari, mi ha detto papale: “Papa Ricky, hai fatto bene a scegliere il trekking di 2 giorni. Per loro che sono giovani invece andrebbe bene anche quello di 5”.

L'orango si aggrappa agli alberi con tutte e 4 le zampe
L’orango si aggrappa agli alberi con tutte e 4 le zampe

La femmina di orango di Sumatra è alta circa un metro e mezzo. In teoria, questa scimmia può arrivare fino ai 170 centimetri, ma di maschi adulti non ne abbiamo incontrati e quindi il ricordo che porterò è di questa taglia. Ha il pelo rossiccio, lungo e liscio. I piccoli sono tendenzialmente spelacchiati e abbastanza buffi, ma fanno una gran tenerezza. Pur essendo una pratica disdicevole, posso anche capire che qualcuno abbia deciso di tenere un piccolo di orango come animale domestico. E’ così che è cresciuta Mina.
Rispetto all’orango del Borneo, quello di Sumatra è più slanciato e ha una peluria sul volto più pronunciata. E’ anche molto più gravemente minacciato di estinzione. La foresta pluviale di Sumatra è infatti costantemente minacciata dall’estendersi delle piantagioni di palma da olio.

Incontriamo un’altra femmina con un cucciolo. Come Mina, sale e scende da un albero. In presenza di animali selvatici la regola è sempre quella: non fissarli negli occhi, non avvicinarsi a più di 10 metri. Visto sugli alberi, l’orango non dà la sensazione di agilità dello scimpanzè. Per passare da un albero all’altro, fa ondeggiare quello su cui si trova (una femmina pesa relativamente poco, attorno ai 60-70 chili) e poi afferra quello su cui vuole passare, piegandolo. Usa i 4 arti indifferentemente e infatti spesso lo si vede aggrappato a un albero con tutte le zampe. Quelle anteriori sono sproporzionatamente grandi, rispetto a quelle inferiori e anche al resto del corpo. Insomma, siamo in presenza di un parente piuttosto sgraziato degli scimpanzè.
L’orango è come detto arboricolo (quello di Sumatra più di quello del Borneo) e scende a terra abbastanza raramente. Per farlo, deve sentirsi estremamente sicuro. Non dimentichiamo che a Sumatra, anche se non la vedremo, al vertice della catena alimentare c’è la tigre,
Si sente sicurissima Jackie, una femmina che ha a sua volta un piccolo e che, come Mina, è nata in cattività ed è stata reintrodotta nella foresta. Jackie è molto a suo agio con le persone. Passa camminando eretta, ma come bipede è incerta. Per aiutarsi tende la mano ai turisti. Ovviamente, allungo la mia e sento che la mano di Jackie è rugosa. Che è nera, come il muso, lo avevo visto.
Oltre al piccolo di Jackie, arrivano 2 maschi giovani di diverse età. Uno è nella pubertà e ha una barbetta piuttosto sviluppata, oltre che un carattere abbastanza scontroso. Le guide lo allontanano a urla e lanciandogli oggetti. Come farebbe lui se volesse allontanare noi.
Jackie per la verità non ci vuole lasciare andare. Prende per mano un ragazzo del nostro

Un giovane orango interagisce con i turisti
Un giovane orango interagisce con i turisti

gruppo e non accenna a liberarlo. Cerca addirittura di condividere l’acqua. Non è un comportamento così atipico. L’orango di Sumatra, pur restando solitario, tende a fare gruppo saltuariamente, soprattutto per effettuare le operazioni di grooming (che io affettuosamente chiamo spulciamento). Comunque, le guide ci allontanano e separano i 2 a viva forza.

Ho detto che l’orango è abbastanza sgraziato e non dà l’impressione di agilità dello scimpanzè. Non dà nemmeno quella di forza del gorilla (che è molto più grande). Ha una pancetta da commendatore e sembra abbastanza sornione. In realtà è molto intelligente. L’orango di Sumatra ha infatti sviluppato la capacità di utilizzare oggetti e di ripararsi dalla pioggia facendo delle grandi foglie una sorta di ombrello.

Un momento di doverosa sosta appoggiato a un albero nella giungla
Un momento di doverosa sosta appoggiato a un albero nella giungla

Dopo aver lasciato Jackie è iniziata la fase meno piacevole del trekking. Per scendere al campo in riva al fiume abbiamo affrontato una discesa estremamente ripida. Io non sono proprio coraggiosissimo in discesa, quindi ci ho messo parecchio tempo. Inizialmente rammaricato per aver inutilmente comprato un impermeabile, sono stato ben felice per il fatto che non è caduta una goccia di pioggia. Non oso immaginare cosa sarebbe stata la discesa.
Quando sono arrivato al fiume, avevo ormai le gambe in croce e mi sono sdraiato per riprendermi. Questa volta avevo abbondante scorta d’acqua e anche bustine di polase per evitare la disidratazione. Ma il trekking è stato decisamente faticoso di suo. Leggo dal mio diario: “E’ innegabile che gli anni pesino, ma ancora di più pesano i chili di sovrappeso”.
Le nostre guide sembrano invece procedere senza sforzo. Addirittura, cantano jungle trek in Bukit Lawang sul motivetto di Jingle Bells e a ogni sosta si fumano una sigaretta. Gli altri compagni di trekking sono, come detto ventenni. Ma uno di loro, che ha iniziato la giornata raffreddato, ha addirittura giramenti di testa e vomita. Speriamo sia sopravvissuto, visto che Raja lo ha trattato con un unguento di dubbia provenienza.
Le guide non dicono granchè sulla flora, ma sono molto attenti alla logistica. Nell’ultima discesa pericolosa si offrono addirittura per portarmi lo zaino (dovevano esserci i portatori, ma non si sono visti…). Sono anche molto in gamba a preparare i pasti, che sono concepiti molto scientificamente per essere leggeri e nutrienti.
Al campo non ci sono servizi igienici e per lavarsi bisogna scendere al fiume. Non scenderò nei dettagli, ma per evacuare e lavarmi posso confessare di aver dato letteralmente spettacolo (unico spettatore, per fortuna, me stesso…).
La notte la passiamo sotto una tettoia e sopra un materassino, dentro ovviamente un sacco a pelo. Alla mattina scrivo: “Diciamo che ho passato notti migliori”. Infatti, mi si è ripetutamente sgonfiato il cuscino.

Un gruppo si prepara a tornare a Bukit Lawang in tubing
Un gruppo si prepara a tornare a Bukit Lawang in tubing

Torniamo al lodge navigando il fiume su enormi camere d’aria da camion legate assieme. Credo che l’attività si chiami tubing. Io sono solo, mentre mia moglie fa coppia con il ragazzo che è stato male. Le guide l’avevano destinata alla stessa camera d’aria di una ragazza australiana, che però ha avuto una crisi all’idea di essere separata dal fidanzato. Previo il mio permesso, le coppie sono state così ricomposte.
Le guide sono anche state costrette a scendere per superare i punti con l’acqua più bassa, facendo una bella fatica. Diciamo che abbiamo sperimentato una versione più lunga e naturale di Splash mountain di Disneyland, bagnandoci allo stesso modo.

Al fiume speravo di vedere le monitor lizard (tipo il varano), che però non si sono palesate. Nella foresta, oltre agli oranghi, abbiamo visto a distanza il gibbone. Si tratta di un primate con doti atletiche impressionanti e che volteggia di albero in albero utilizzando solo le braccia (tecnica della brachiazione): E’ difficile vederlo da vicino, quindi fotografarlo. Nei pressi del nostro campo si sono palesati i macachi dalla coda di porco e lungo la strada abbiamo visto la scimmia di James, che si trova solo a Sumatra.
Una volta rientrati al lodge è scattata l’attesa attività di lavaggio. Non si ha idea di quanto ci si sporchi durante un trekking nella giungla.

5-CONTINUA

1-INIZIO DALLA FINE     2-MOMPRACEM NON E’ POI COSI’ VICINA
3-LA VISITA DI KUALA LUMPUR    4-SUMATRA, DOVE MORI’ NINO BIXIO

 

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