Baseball di vertice in Italia: solo chiacchiere e distintivo

BASEBALL

Quando leggo i vari commenti su come dovrebbe essere il campionato di vertice del baseball italiano mi viene sempre in mente il celebre “tutto chiacchiere e distintivo” di Robert De Niro.

Come ho visto succedere più o meno ogni autunno da quando ho memoria, si sta parlando di che formato dovrebbe avere il massimo campionato di baseball nel 2019. E come ogni volta che si parla di quale formato dovrebbe avere questo campionato, è iniziato un dialogo tra sordi.

Le posizioni sono tra le più variegate, ma è abbastanza facile individuare i partiti dominanti:
1-QUELLI CHE HANNO I SOLDI (“a me cosa me ne frega, voglio poter prendere tutti i giocatori che voglio e vendere un sacco di biglietti il venerdì”)
2-QUELLI CHE VORREBBERO AVERE I SOLDI (“mi dovete dare la possibilità di far credere ai miei tifosi che posso vincere anch’io”)
3-QUELLI CHE CI PIACE TANTO STARE IN SERIE A (“giochiamo un giorno alla settimana e mi lasciate libero tutto agosto che se no non posso portare la morosa al mare”)

La caratteristica comune di tutti e 3 i partiti è che non hanno ancora scoperto il Fantacalcio e gli album di figurine. Per fare quello che loro vorrebbero fare con le squadre di baseball, queste attività sarebbero perfette: ci si possono scambiare giocatori senza rischiare niente e si può fare tutto anche quando si è in ferie. Chiacchiere (tante) e distintivo (quello della Lega di Fantacalcio o della Panini…)

Io non voglio parlare di numero di squadre partecipanti o di formule. Voglio discutere di progetti. Sia di progetti tecnici che commerciali.
Progetti tecnici, perché se si vuole un campionato di vertice servono giocatori di vertice che lo giochino. Ed escludendo di poterli importare tutti, bisognerà pur formarli. Progetti commerciali, perché non esiste campionato di vertice senza spettatori disposti a pagare per andare a vedere le partite.

Quale sia il modello vincente di sviluppo giocatori di baseball non è un mistero. Branch Rickey ha indicato la strada con i St Louis Cardinals nel 1925. Serve un farm system. Ovvero: una serie di squadre di diverso livello nelle quali far crescere i giocatori. Rickey, che poi diventerà famoso per aver messo sotto contratto Jackie Robinson con i Brooklyn Dodgers (1947), vinse 3 volte la National League e 2 volte le World Series tra il 1930 e il 1934. Questo modello viene adottato ovunque ci sia un baseball sviluppato. E tra non molto, festeggeremo i 100 anni dell’idea.

Senza un farm system, l’Italia non svilupperà mai giocatori con continuità. E qui abbiamo già la prima caratteristica tipo di una società che vuole disputare il campionato di vertice: deve essere disposta a creare un farm system. O almeno, ad avere una seconda squadra che giochi un campionato parallelo.

Non è nemmeno un mistero che in Italia la gente ama passare tempo all’aperto in giugno, luglio e agosto. E che in settembre riaprono le scuole. Quindi il nostro spettacolo “per famiglie e tipicamente estivo” lo dobbiamo proporre durante questi 3 mesi. E se vogliamo sviluppare giocatori, non possiamo farli giocare solo 3 mesi all’anno.
Qui emerge la seconda caratteristica tipo di una società che vuole disputare il campionato di vertice: dev’essere disposta a investire in una attività invernale. I club del massimo campionato dovrebbero unirsi e creare un numero di squadre (proposta: 4) con i migliori giocatori Under 20 e farli giocare in una Instructional League in autunno e inverno. Partite diciamo verso le 13 e, alla fine, in campo per lavorare sui problemi che sono emersi.

La terza cosa che non è un mistero è che gli italiani amano le cose che fanno tendenza. Quindi, è difficile portarli a spendere soldi per passare del tempo in un ambiente triste. Qui emerge la terza caratteristiche che dovrebbe avere un club che ambisce ad essere nel campionato di vertice: avere uno stadio decente e con servizi degni di questo nome.

Secondo me, se non si trovano società che mettono assieme queste 3 caratteristiche, è inutile perdere tempo a discutere di numero di partecipanti, di “bisogna giocare di più”, di spazi sui giornali e in televisione, di AFI e ASI e Unione Europea. E di tutte le amenità di cui sento discutere dal 1975.

QUELLA VOLTA CHE DOVEVA ARRIVARE LA MLB

P.S. Potrebbe non piacervi, ma il mio almeno è un progetto. Non chiacchiere e distintivo
P.P.S. Mi tocca chiamarlo massimo campionato. E pensare che una volta c’era un acronimo bello comodo che era chiaro e faceva anche risparmiare spazio: IBL

Nella foto di copertina (Bassani-FIBS): la Fortitudo Bologna festeggia la vittoria dello scudetto 2018

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Baseball di vertice in Italia: solo chiacchiere e distintivo ultima modifica: 2018-10-11T13:40:46+00:00 da Riccardo Schiroli

6 thoughts on “Baseball di vertice in Italia: solo chiacchiere e distintivo

  1. Il punto è che da 30 anni sento che “bisogna fare qualcosa per riportare il pubblico allo stadio”. Cominciare a rendere lo stadio decente è un primo passo. Io poi non farei confusione tra l’attività puramente amatoriale. Io parlo del campionato “di vertice”. Che se non offre servizi decenti, non è di vertice. E se non è di vertice, come spera di vendere biglietti.
    Il mio impegno in prima persona non credo sia il punto della discussione. Potrei farlo oppure no. E potrei farlo e rivelarmi scarso. Ma il concetto non cambierebbe

  2. Mi consenta una replica. Dalle info che ho raccolto mi risulta che la situazione delle associazioni sportive che fanno baseball non è delle migliori. Ho letto di presidenti che prima delle partite sono sul campo a tirare le righe con la macchinetta, altrimenti le squadre non giocano. Se veramente la situazione è questa, chi va a pulire i seggiolini od i servizi igienici? Mi sembra che sia un problema di mani e le mani non ci sono. Mi sembra si voglia fare disquisizioni su una pratica sportiva che è paragonabile a quella che si gioca negli oratori, dove i ragazzi si ritrovano, i due che si ergono a capitani fanno “pari e dispari” per iniziare la scelta dei compagni di squadra, e poi si inizia la contesa. Non credo si possa pretendere di volere un qualcosa di più alto livello quando materialmente non ci sono le possibilità economiche e un adeguato numero di mani a disposizione per la causa. Se Lei, come vedo nella sua disamina, è convinto che si possa ottenere tutto ciò, potrebbe brandire la spada e passare ai fatti in prima persona, ovvero mettersi al comando di una associazione sportiva, coordinare, trovare adepti, organizzare le attività, insomma tutto ciò che rientra nel mansionario di chi fa il presidente. Far vedere a suo di gesta concrete che le sue non sono parole ma sono fatti, in modo da tracciare un solco, creare un esempio da seguire. Il primo passo apprezzabile lo ha fatto. Il secondo passo è appunto quello si passare ai fatti. Concordo con “Nik” che la riflessione è “severa, ma giusta”, ma ora bisogna passare alla seconda fase, ovvero, “dare l’esempio” per mostrare che il tutto è fattibile e non solo soltanto ragionamenti filosofici e parole al vento ma discorsi basati su un credo ben preciso che viene tradotto nella pratica di tutti i giorni, altrimenti sarete sempre punto e a capo. Dico sarete, perchè io il baseball lo conosco da poco, soltanto da quando, navigando in internet, mi sono imbattuto su questo sito. Da allora ho cercato di approfondire le mie conoscenze, per sfizio, per arricchire il mio bagaglio culturale sugli sport che si praticano nel nostro paese e nel mondo. Devo dire che una idea me la sono fatta.

  3. Qui non si tratta di fare libri dei sogni, ma progetti. Se è assodato che i giocatori di baseball si sviluppano facendoli crescere gradualmente e attraverso vari livelli, come stiamo lavorando oggi semplicemente non va bene. E a proposito degli stadi: non dico di fare 8 Yankee stadium, ma almeno mettere la carta igienica nei cessi e pulire i seggiolini, credo se lo possano permettere tutti

  4. Direi che dopo il suo spunto i tempi sono maturi per una sua presa di posizione diretta: fare il presidente di una società di baseball.

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