La Brexit e il mondo alla rovescia

POLITICA, SCHIROPENSIERO

Non so bene quando il mondo ha cominciato ad andare alla rovescia, ma sentire Theresa May promettere agli inglesi “un governo mainstream per un paese mainstream” e “il rifiuto di un individualismo egoista”, allora mi chiedo se rappresenta lo stesso partito di Margaret Thatcher. E quando vedo ai primi posti del programma dei laburisti di Jeremy Corbyn “il supporto all’industria e al business” (ma non siete il Labour Party ??) e che “il sistema finanziario non supporta abbastanza le piccole imprese” mi vien da rivedere la scena in cui Nanni Moretti nel suo Aprile urla a D’Alema, che sta seguendo attraverso la TV: “dì una cosa di sinistra… dì una cosa di civiltà…dì qualcosa…”.

Le elezioni nel Regno Unito mi interessano molto, perché in qualche modo ho sempre considerato l’Inghilterra la mia seconda Patria. Oltretutto, è appena uscito un disco di Paul Weller e questo mi fa venire in mente che attorno ai 20 anni i suoi testi con posizioni politiche erano un vero e proprio punto di riferimento per me.
Paul Weller è Inglese e negli anni ’80 era impegnato politicamente. La sua canzone All Gone Away (per il disco degli Style Council Our Favourite Shop, ne ho già scritto su questo sito) era nella sostanza una sintesi del programma con cui Michael Foot portò i Laburisti alle elezioni del 1983. Che furono un disastro, visto che i Conservatori di Margaret Thatcher ottennero olre il 42% dei voti e, grazie al sistema maggioritario, oltre il 61% dei seggi). Oggi quel programma laburista è definito in Inghilterra “la più lunga nota per annunciare un suicidio che sia mai stata scritta”.
Eppure quel programma laburista prometteva più spese pubbliche, una Gran Bretagna più equa, lotta alla disoccupazione, un “new deal” per i giovani, pari opportunità alle donne.

Oggi Theresa May promette “una Gran Bretagna più giusta” e un bell’8 miliardi di sterline di spese per la sanità pubblica. Sembra lei, quella di sinistra.
Questo anche perché i laburisti di Jeremy Corbin strizzano l’occhio a un populismo insipido (“se scegliete l’esistente, scegliete una Gran Bretagna in cui i ricchi sono più ricchi, i servizi sociali e le scuole non funzionano”; ma chi è, Di Battista??) e si ricordano di essere di sinistra solo quando prometteno di “combattere il divario nei salari tra uomini e donne”, forse dimenticando che lo avevano promesso nel 1983 con i risultati che sappiamo.

Sam Leith, autore del bellissimo You Talking to Me? Rhetoric from Aristotle to Obama, fa notare ai laburisti che in campagna elettorale non è obbligatorio dire la verità, ma bisogna essere certi di fare promesse plausibili. Leith non guarda ai contenuti, bensì alla forma. Ha definito l’eloquio di Donald Trump una “word salad”, ma ne ha anche riconosciuto l’efficacia.
Corbyn è tutto tranne che efficace. Se ne esce con uno slogan (“for the many, not the few”) che al massimo può andare bene per presentare il meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. In una campagna elettorale povera (direi priva…) di contenuti, quel poco che si ha da dire sarebbe meglio dirlo bene. E Corbyn non ci sta riuscendo. Dice la stampa britannica che è “soporifero” e che il suo programma è “la seconda più lunga nota mai scritta per annunciare un suicidio”.
Al contrario, piace ai media la vivace e scattante Theresa. Che pure ha poco da dire tanto quanto Corbyn.

Su una cosa sono tutti d’accordo: la Brexit s’ha da fare. Tutti intesi come Corbyn (“riconosciamo il voto del Referendum”, in questo dicendo a Tony Blair implicitamente “non mi serve il tuo appoggio”), la May (che però vuole “un accordo di libero scambio con la UE”, non meglio identificato) e anche il Foot del 1983. Il programma laburista recitava infatti già da allora che “il ritiro dalla Comunità europea è la politica giusta per la Gran Bretagna”.

Concludo tornando a Paul Weller. Nel 1983 Foot lo volle incontrare. Sperava forse che Paul Weller (che si era schierato, con altri artisti, per la causa dei minatori) parlasse per conto dei laburisti ai giovani. Ma la speranza, come abbiamo visto dai numeri, andò delusa. Anche in quel caso non scattò l’automatismo tra il seguito di un artista e la sua capacità di tradurlo in voti. É un dato di fatto: quel che suona bene in una canzone, non è tanto facile trasformarlo in consenso dentro le urne elettorali. In fondo in quella che è forse la canzone più famosa di tutti i tempi John Lennon dice: “Immagina che non ci siano nazioni/Non è così difficile/Niente per cui uccidere o morire/E nemmeno religione/Immagina che tutti vivano la loro vita in pace” aggiungendo subito dopo “si potrebbe dire che sono un sognatore…spero che un giorno ti potrai unire a me”. John Lennon non ha mai provato a vincere le elezioni.

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