Cosa ha davvero scritto il Financial Times sul Milan

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Nell’articolo pubblicato dal Financial Times sulla gestione del Milan da parte del fondo Elliott non è vero che Maldini e Boban dichiarano di avere idee diverse dalla proprietà.
Paolo Maldini racconta di quando si recò a Londra per parlare con Gordon Singer (il figlio di Paul, il fondatore dell’hedge fund) e chiedere di spendere 35 milioni per l’acquisto di Paqueta. E di come Singer Junior gli abbia detto: “Facciamolo”.
Commento di Maldini: “La sua risposta ci diede molta energia”.
A Maldini è attribuito anche un virgolettato nel quale dichiara: “14 delle 16 squadre che si sono qualificate per il secondo turno di Champions League sono quelle con il fatturato più alto al mondo. Non siamo dei maghi, ne siamo consapevoli”.
Non è virgolettato, ma il Maldini-pensiero che emerge dall’articolo è anche: non tornare in Champions League in un tempo variabile dai 3 ai 5 anni sarebbe un fallimento.
Maldini aggiunge: “Non ci sono squadre di giovani che abbiano vinto la Champions League“.
Zvonimir Boban rincara: “E neanche lo scudetto“.
Poi c’è la frase che tutti hanno riportato: “Il nostro sogno è vincere domani. Elliott pensa a un percorso diverso, ha una visione diversa…penso che possiamo trovare il modo di essere felici entrambi”.

L’articolo è  firmato da Murad Ahmed (che per il Financial Times ha organizzato FT Business of Football Summit, con Boban come relatore) e Arash Massoudi (che per il quotidiano si occupa di Corporate Finance). Sono i 2 autori, e non Boban e Maldini, a porsi dubbi sulla struttura manageriale del Milan di Elliott. Sotto 2 volti noti come Boban e Maldini c’è una compagine che “ha un approccio alla Moneyball”.
Il riferimento è al libro di Michael Lewis, che parla della gestione da parte del manager Billy Beane della squadra di baseball degli Oakland A’S, capace di competere ai massimi livelli con un monte stipendi che è un quarto di quello dei club più ricchi. Dal libro è stato tratto un film (L’Arte di vincere, in italiano), nel quale Brad Pitt presta il volto a Billy Beane.

Detto per inciso, Beane (ex giocatore di baseball e tifoso di calcio) ha provato ad applicare i suoi concetti al calcio. Ma senza successo.

L’articolo ha come scopo finale quello di capire le motivazioni che hanno portato il fondo Elliott a fare l’investimento, che per il Financial Times è il più rischioso da quando Elliott fece letteralmente causa all’Argentina per vedersi ripagare il valore del debito sovrano che deteneva. Ci fa sapere che Elliott amministra qualcosa come 38.2 miliardi di dollari e ricorda che ha rilevato il Milan spendendo alla fine 300 milioni di euro e investendone subito dopo altri 50. Visto che il valore dato dal mercato al Milan nella cessione da Berlusconi a Yonghong Li era di 740 milioni, se quella di Elliott fosse stata una speculazione avrebbe certamente colto l’occasione di rivendere il club subito.
Il Financial Times cita al proposito il parere di un dirigente di calcio (che chiede l’anonimato) e che si dice dubbioso del fatto che il vero motivo per cui Elliott ha acquisito il Milan sia risanarlo e vendere il club per un miliardo: “Mi sembra difficile, credo sia più il desiderio di Gordon Singer di essere coinvolto nel calcio”.

Perché il Fondo Elliott, i Singer o l’Amministratore Delegato del Milan Ivan Gazidis non facciano chiarezza sul punto è per me un mistero vero. Evidentemente, qualcosa mi sfugge.

Tornando all’articolo, quello che nessuno ha riportato è il parere di Casper Stylsvig, che al Milan ha l’incarico di occuparsi delle entrate: “Dal punto di vista commerciale, la struttura del Milan era 10 anni indietro rispetto a quella della Premier League e almeno 2-3 anni indietro rispetto a quella dei principali club italiani”.
L’eredità della gestione Berlusconi dei 2 AD: il Geometra Galliani e Barbarella. Il Milan ha introiti commerciali per poco più di 70 milioni di euro, contro i 143 della Juventus e i 356 del Real Madrid. In percentuale a quello che fattura (circa 200 milioni) non è affatto male. Ma quanto il Milan spende in stipendi (a cominciare da quelli che paga a Gazidis, Boban e Maldini) non è coerente con la dimensione economico-finanziaria attuale del club.

Il Financial Times cita anche il Presidente Paolo Scaroni (in carica, si legge, per questione di “rapporti con le autorità italiane”), che commenta: “Gestire una squadra di calcio è come scalare 2 montagne. La prima è quella della gestione economico finanziaria, la seconda è quella dei risultati sportivi”.
Perché Gazidis e Stylsvig possono essere bravissimi, ma se il Milan è da settimo posto, sarà dura aumentare i ricavi, anche se si chiama Milan.

L’articolo parla anche dei problemi concreti a investire dati dal Financial Fair Play (ancora grazie al Geometra e alla figlia del capo…) e dalla differenza di peso dei club italiani rispetto a quelli della Premier League, che si dividono ben 2 miliardi di diritti televisivi in più.
Giusto per chiarire un punto ai tifosi: il Financial Fair Play è nato proprio per impedire che arrivasse qualcuno come il Fondo Elliott e cominciasse a gestire il club con perdite mostruose “che tanto me lo posso permettere”.
Attenzione: NON sto dicendo che il Financial Fair Play ha funzionato. Sto solo dicendo che Elliott non può spendere come e quando (e soprattutto quanto) vuole.

C’è, infine, la questione stadio. Lo stadio di proprietà è fondamentale non solo (e non tanto) per aumentare i ricavi, ma soprattutto per dare al club una dimensione patrimoniale che giustifichi l’eventuale ricorso a un indebitamento massiccio. La gestione Agnelli della Juventus lo insegna.

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La foto di copertina è la stessa dell’articolo pubblicato dal Financial Times, che è leggibile solo dagli abbonati al quotidiano

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