Dopo 10 giorni di permanenza a Vero Beach è il momento di onorare Branch Rickey e i Dodgers di Brooklyn

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C’è quel momento magico, nelle giornate che passo qui a Vero Beach. E’ quel momento in cui la squadra è in campo che svolge la parte atletica della preparazione e la mia presenza non è utile. In silenzio, torno sui miei passi e mi infilo nella palestra, dove a quell’ora ho ottime probabilità di essere da solo. Ed è un momento di pace assoluta, quello in cui mi dedico al mio circuito di esercizi.
Questa mattina, oltretutto, la stazione su cui era sintonizzata la radio della palestra mi ha offerto una canzone degli Psychedelic Furs. Si tratta di un gruppo inglese che fu un mezzo oggetto di culto e che, sinceramente, non sentivo da quei 25 anni. Potenza di internet, oggi ho scoperto che in verità esistono ancora e che hanno fatto anche un tour. Ma sto divagando.
La canzone in questione si intitola “Love my way” e fa: “Love my way, it’s a new road. I follow where my mind goes”. Così, mentre ero sulla bici stazionaria, ho pensato di seguire la mia mente, ovunque stesse andando.

Branch Rickey firma il contratto con Jackie RobinsonHo pensato a Branch Rickey, il signore che, con un azzardo giudicato a suo tempo moderatamente folle, ha tratto da una base militare in via di dismissione la struttura nella quale ci stiamo allenando noi.
Il signor Rickey era molto avanti, rispetto alla sua epoca. Ma anche rispetto alla nostra, se devo essere sincero. E poi era uno di quegli americani che riescono a dire delle frasi che diventano mitiche. Tipo: “Il tabellino di una partita di baseball non ti dice quanto sei grande, che chiesa frequenti, di che colore sei o per chi tuo padre ha votato alle ultime elezioni. Ti dice solo che tipo di giocatore di baseball sei stato in un determinato giorno”.
Rickey, che era stato giocatore di Grande Lega di secondo piano, divenne dirigente dei St. Louis Cardinals. Quando si rese conto che i migliori giocatori che andava a vedere nelle squadre di Minor League finivano sempre alle più ricche squadre di Chiacago, decise di costruirsi le sue squadre minori. Fu così che nacque quello che noi oggi conosciamo come Farm System. Il motto di Rickey era “quality through quantity”. Ci credette a tal punto, che arrivò ad affiliare ai Cardinals più di 40 squadre.
Benchè osteggiato dal Commissioner dei tempi, il sistema funzionò benino. Per inciso, i Cardinals vinsero per 6 volte le World Series dal 1926 al 1946.

Branch Rickey per altro non completò l’opera. Nel 1943 era passato ai Dodgers di Brooklyn, con i quali avrebbe fatto definitivamente la storia. Nel 1945 infatti i Dodgers misero sotto contratto Jackie Robinson, che era nero. Non che ci fosse una regola, per la quale i neri non potevano giocare in Grande Lega. Ma quasi nessuno era pronto a vedere un uomo non di pelle bianca indossare una divisa da baseball. A parte Branch Rickey, che fece debuttare Jackie nei Dodgers  nel 1947. Che oltre a essere nero, era anche un campione straordinario. Rickey disse a suo tempo di non aver mai visto: “mettere assieme muscoli e cervello così bene”. E Robinson fu il primo Rookie of the Year della storia del baseball.
Per leggendari che siano stati, i Dodgers di Rickey (e del grande capitano Pee Wee Reese e del formidabile lanciatore Don Newcombe e del catcher Roy Campanella, altro atleta di colore, nonostante il cognome dal suono italiano) non vinsero mai le World Series. Si imposerò nella National League davanti ai rivali dei Giants nel 1947, 1949, 1952, 1953 ma trovarono sulla loro strada sempre gli invincibili Yankees.
Il successo sarebbe arrivato solo nel 1955, appena 2 anni prima della loro ultima partita ad “Ebbets Field”, il leggendario stadio di Brooklyn. Dall’aprile del 1958 Walter O’Malley, l’uomo che nel 1950 aveva escluso dalla proprietà Branch Rickey, spostò la squadra a Los Angeles.

Adesso che ci penso, i Dodgers di Brooklyn sono diventati mitici per le loro sconfitte, più che per le loro vittorie.
Quella del 1951 è addirittura immortalata per sempre nella epica introduzione di “Underworld”, il super premiato e acclamato romanzo di Don De Lillo. Dopo che i Dodgers erano stati in vantaggio di 13 partite sui Giants e al culmine di una serie al meglio delle 3 partite per la vittoria del pennant della National League, i Dodgers conducevano la gara decisiva per 4-2 nella seconda metà del nono. Bobby Thompson dei rivali di New York colpì un fuoricampo da 3 punti contro Ralph Branca che mandò i Giants alle World Series e che venne soprannominato The shot heard around the world, prendendo a prestito le parole con cui il poeta Waldo Emerson aveva descritto l’inizio della Guerra Civile.
Campioni del Mondo in carica, i Dodgers perserò le World Series del 1956 contro i soliti Yankees. In quella serie Don Larsen lanciò l’unica perfect game della storia delle World Series, che rimase anche la unica no hit fino all’impresa di Roy Halladay dei Phillies contro i Reds nei play off del 2010.

Nel 1957 si era comunque ritirato Jackie Robinson, che sarebbe morto nel 1972 (ad appena 53 anni) per le conseguenze delRoger Kahn diabete. Nel 1958 Roy Campanella rimase paralizzato per le conseguenze di  un terribile incidente stradale.
I Dodgers di Brooklyn sono una storia fantastica. Così leggendaria, umana, fatta di dolore e di gioia. Una storia che naturalmente non ho raccontato io.
C’è un libro meraviglioso (ha vinto il premio “Pulitzer”) che si intitola “The boys of summer” (1972) e che è firmato da Roger Kahn, il più grande scrittore di baseball della storia e l’uomo che mi ha convinto di quanto sia forte il nesso tra baseball e letteratura con questa frase: “Per tutta la vita ho provato a fare letteratura. Naturalmente, come Stan Musial e Ted Williams quando andavano in battuta, non sempre ci sono riuscito. Ma l’espressione che conta è ‘ho provato’. Ha caratterizzato tutta la mia vita”. Kahn era un giovane inviato al seguito dei Dodgers, durante la loro epopea.
“The boys of Summer” in Italiano non è stato tradotto, ma (dopo 85 edizioni e 3 milioni di copie vendute) è ancora molto facile acquistarne la versione originale grazie alle librerie online.

Quanto a Branch Rickey, nel suo periodo ai Dodgers decise che era ora di dare una chance nel baseball anche ai giocatori nati nell’America Latina. E iniziò scoprendo un ragazzo promettente. Si chiamava Roberto Clemente.
Dopo aver aperto il centro di Vero Beach, convinse poi i suoi tecnici ad utilizzare attrezzi curiosi: le gabbie di battuta e i caschetti, tanto per cominciare.
Morì nel 1965, sempre convinto che “guadagnarsi da vivere con il sudore della fronte è una benedizione, non una condanna” e che nel baseball “bisogna sempre provarci”.

ANCORA SUI DODGERS

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1 thought on “Dopo 10 giorni di permanenza a Vero Beach è il momento di onorare Branch Rickey e i Dodgers di Brooklyn

  1. GRANDE RICCARDO……COMPLIMENTI X L’ARTICOLO.,……IO IN QUESTO SPRING-TRAINING DI VERO BEACH STO PURE LEGGENDO UN LIBRO CHE COINVOLGE ANCORA DI PIU LA PERMANENZA IN QUESTO MITICO POSTO……. IL LIBRO IN QUESTIONE E’ ….. IL MIO NOME E’ JACKIE ROBINSON…… TRADOTTO ANCHE IN VERSIONE ITALIANA, SE POSSO DARE UN CONSIGLIO…..LEGGETELO, E POI LETTO IN QUESTO MAGICO POSTO( ( PER MIA FORTUNA ) HA QUEL CHE DI MAGICO………… THANKS RICKI

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