Il bagno degli elefanti

le mie bestie, Malesia, Indonesia, Filippine e Micronesia 2015-2016, VIAGGI

Non avevo mai toccato un elefante. Perché quando al circo mia sorella La Pera ci era salita in groppa (a un elefantino), io ero un bambino piuttosto timoroso e mi ero tenuto ben a distanza.
Il filmato sul bagno degli elefanti nel fiume Buluh a Tangkahan (isola di Sumatra, Indonesia) forse è un po’ lungo, ma mi sono divertito così tanto (a girarlo e poi a montarlo) che ho deciso di pubblicarlo così

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Coltivazioni di palma a perdita d'occhio sulla via per Tangkahan
Coltivazioni di palma a perdita d’occhio sulla via per Tangkahan

Tangkahan è il posto giusto per chi è alla ricerca di un’autentica avventura nella natura fuori dalle piste solitamente battute”. Questo sostiene la guida Lonely Planet.
Che sia fuori dalle “piste solitamente battute”, è poco ma sicuro. Per arrivarci da Bukit Lawang (in sé, non servita da autostrade e aeroporti…) si percorre una strada sterrata e non si può andare a più dei 20 all’ora. Il risultato è che il viaggio, tra le piantagioni di palma da olio e costeggiando qualche remoto villaggio, dura circa 2 ore e mezza e che al ritorno il tratto finale lo si percorre con il buio, con tanto di bovini che occupano la strada e non sono nemmeno particolarmente propensi a spostarsi quando gli suonate il claxon. Più pericolosi ancora sono i motorini che sfrecciano, a destra e sinistra.
All’inizio della gita ho anche vissuto un momento di panico. Per via di una ragazza che esprimeva timore per il mal d’auto, mi è stato chiesto inizialmente di accomodarmi nel sedile posteriore. Avevo pensato di adattarmi, ma quando ho constatato che avrei fatto tutto il viaggio con il collo piegato, ho deciso di ribellarmi.
Tangkahan è ai limiti del parco nazionale Gunung Leuser, alla confluenza tra i fiumi Buluh e Batang. Vorrebbe essere un’alternativa a Bukit Lawang per il trekking nella giungla, ma i sentieri sono troppo impervi e avvistare l’orango non è tanto facile. Quando superiamo il centro visitatori, l’impressione è che in effetti la zona sia piuttosto abbandonata. Ci sono ristoranti e persino piccoli lodge, ma non danno l’iidea di essere particolarmente frequentati. La guida Raja lo dice chiaro: siamo qui per gli elefanti.
Per proseguire la visita, si supera il fiume grazie a un ponte sospeso. Che non dà tutta questa idea di sicurezza, ma ci garantiscono essere meglio della precedente soluzione: il trasporto da una riva all’altra tramite chiatta.

Una femmina di elefante di Sumatra con il suo piccolo
Una femmina di elefante di Sumatra con il suo piccolo

L’elefante di Sumatra (Elephas maximus sumatranus) è una sottospecie dell’elefante asiatico o indiano (Elephas maximus è il nome scientifico scelto dal naturalista svedese Linnaeus nel 1758 anche se, a essere precisi, l’elefante indiano dovrebbe tecnicamente essere Elephas maximus indicus; ci sono altre 2 sottospecie: maximus maximus di Ceylon e maximus borneensis del Borneo).
Su questo sito ho parlato dell’elefante africano (Loxodonta africana, secondo il naturalista tedesco Blumenbach, che decise il nome scientifico nel 1797), che a prima vista è molto simile. In verità, l’elefante indiano ha un cranio decisamente diverso, con 2 protuberanze e una rientranza o insellatura, e ha un profilo del dorso meno dritto, direi quasi convesso. Inoltre ha le orecchie decisamente più piccole.  Ci sono poi differenze, meno facili da notare a prima vista, nelle narici della proboscide e negli zoccoli.
I maschi dell’elefante africano arrivano a oltre 4 metri di altezza, mentre l’elefante indiano non supera i 3. L’elefante di Sumatra è comunque anche più piccolo del classico elefante asiatico.
Si tratta di una specie minacciata d’estinzione. In libertà si pensa resistano solamente 2.500 esemplari (dell’elefante asiatico più in generale, la stima è superiore ai 100.000 capi). Responsabile di questo è naturalmente l’uomo, che in Asia ha già estinto l’elefante della Cina (Elephas maximus rubridens, addirittura nel 1400) e della Siria (Elephas maximus asurus), ma al contrario del suo parente africano, l’elefante di Sumatra non è mai stato particolarmente perseguitato per le zanne (in Asia l’avorio è tutt’ora commerciato al valore di 1.000 dollari USA al chilo). Semplicemente, la deforestazione ha modificato il suo ambiente naturale e per l’elefante è più difficile trovare cibo (a un esemplare adulto servono 150 chili al giorno di frutta o fogliame). Inoltre, la gente ha paura di questo animale e prova a liberarsene avvelenandolo.

Theo e una femmina del suo harem trasportano i turisti
Theo e una femmina del suo harem trasportano i turisti

A Tangkahan ci sono 7 elefanti di Sumatra: Theo, il maschio dominante, e 6 femmine. Si tratta di animali sostanzialmente addomesticati e che vengono impiegati per pattugliare la zona (dell’attività si occupa la cosiddetta Conservation Response Unit-CRU, che ha una sua pagina Facebook) e tenere alla larga i bracconieri e per portare i turisti nella giungla. A curare gli elefanti è un gruppo di ex taglialegna e guardie forestali, che si erano uniti negli anni ’90 agli attivisti per contrastare il cosiddetto logging (l’abbattimento illegale degli alberi). Agivano, armati di fucile e machete, cavalcando gli elefanti. Quando è nata la Conservation Response Unit, si è data subito lo scopo di convincere gli abitanti che gli elefanti sono una risorsa. Theo, ad esempio, è un elefante che si era reso protagonista di attacchi alle persone e aveva fatto danni alle zone coltivate, ma è stato riconvertito in elefante al servizio dell’uomo. L’elefante asiatico è in effetti molto più facile da addomesticare rispetto a quello africano.
I soldi di noi turisti aiutano e non poco i piani della CRU. La gita da Bukit Lawang costa 70 dollari americani se si intende partecipare al bagno degli elefanti e 120 se al bagno si vuole aggiungere la passeggiata in groppa all’elefante.

Armati di spazzola per strigliare il pachiderma
Armati di spazzola per strigliare il pachiderma

Ammetto che, pur non essendo un ambientalista incazzoso modello Greenpeace, non mi piace tanto l’idea di uno spettacolo che coinvolga animali ammaestrati. Però voglio dire chiaro che l’esperienza del bagno degli elefanti è stata molto divertente.
Dopo aver sottoposto i pachidermi a uno svuotamento intestinale (con prelievo delle feci direttamente dal retto, affondando il braccio fin quasi all’omero: mestiere che non invidio), gli addetti li portano in acqua. Fino a che ci sono le madri con i piccoli, a noi non è permesso di interagire. Ci sono 2 cuccioli che hanno meno di un anno e che in acqua giocano. Essendo elefanti, sono cuccioli per modo di dire, nel senso che le loro dimensioni e il loro peso sono già rilevanti. Fanno tenerezza (li ho definiti “porcellini nasoni” nel mio diario), ma non si sa come possono reagire. Un piccolo preso dal panico scatenerebbe la madre e non va dimenticato che l’elefante è uno degli animali che uccide più persone ogni anno.
Quando i piccoli e le madri se ne vanno, Theo diventa il protagonista. Gli addetti lo chiamano per nome e lui si lascia cadere su un fianco nell’acqua, affonda e poi riemerge. Si vede prima il testone, poi la proboscide e poi Theo si alza in tutta la sua imponenza.
I turisti aiutano gli addetti a strigliare l’elefante con tanto di spazzola. L’animale si sdraia su un fianco e voi dovete pulirlo sfregando la spugna sulla pelle dura e rugosa. Ovviamente, stando abbastanza lontani dalle sue enormi zampe, non si sa mai che la vostra mano non si riveli abbastanza delicata.
L’elefante (noi siamo addetti a una elefanta; Theo è nelle mani di una ragazza australiana che dà soddisfazione, quando il bestione mostra la sua prepotente virilità, con le seguenti parole: “Grazie al cielo, non sono una femmina di elefante”) bisogna dire che apprezza. Quando l’addetto lo invita ad alzarsi e sdraiarsi di nuovo nell’acqua bassa ma dall’altro lato, lo fa senza protestare nemmeno un po’. Io mi diverto in particolare a spazzolargli le orecchie (che sono addirittura leopardate) e la proboscide.
Completato il lavaggio, nutriamo gli elefanti con banane e canna da zucchero e poi ci sottoponiamo al rituale della doccia (l’elefante ci bagna con la proboscide) e del bacio sulla guancia. Finisce tutto con la foto ricordo e il gruppo di elefanti che posa alle nostre spalle.

Ricordo indimenticabile: il bacio dell'elefanta
Ricordo indimenticabile: il bacio dell’elefanta

Dopo aver verificato con i miei occhi che la coltivazione al fine di ottenere olio da palma minaccia l’ambiente naturale di oranghi, tigri ed elefanti, ho deciso di informarmi. Per la verità, dalla palma si producono 2 tipi di olio: quello dei frutti (olio di palma propriamente detto; è usato come olio alimentare o per farne margarina) e quello dei semi (olio di palmisto; se ne ricavano grassi usati nell’industria dolciaria, quelli della famosa polemica di Segolene Royale con la Nutellà). Può servire anche per produrre combustibile.
A Sumatra il Governo (non mi è chiaro se quello centrale dell’Indonesia o quello locale) ha incoraggiato la coltura intensiva della palma da olio, anche in sostituzione di cacao e gomma, materie prime tipiche dell’isola. Le associazioni ambientaliste (Greenpeace e Friends of the Earth in primo luogo) sottolineano però che queste coltivazioni intensive necessitano di troppa acqua e che la lavorazione della palma per creare combustibile può produrre considerevoli emissioni di carbonio. Confermando dunque i danni per l’ambiente mel medio e nel lungo termine.

6-CONTINUA

1-INIZIO DALLA FINE     2-MOMPRACEM NON E’ POI COSI’ VICINA
3-LA VISITA DI KUALA LUMPUR    4-SUMATRA, DOVE MORI’ NINO BIXIO
5-L’INCONTRO CON L’ORANGO

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