In memoria di Aldo Notari

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Dopo averlo decisamente attaccato quando era in vita, in morte di Aldo Notari ho scritto questo articolo, dal quale sembrano emergere stima e addirittura affetto.
E’ del
marzo 2007 e sta benissimo in Sette e mezza a colazione.

Mondiale 2001: con Aldo Notari nella suite presidenziale
Mondiale 2001: con Aldo Notari nella suite presidenziale

Ho conosciuto Aldo Notari nei primi mesi del 1985. Intendo di persona, perchè sapevo benissimo chi era anche prima. Noi bambini della metà degli anni ’70 eravamo anzi in parte intimoriti e in parte affascinati dalla sua guida sportiva (a bordo di un’Alfasud) e dall’eterna sigaretta in bocca.
Ad inizio 1985 intervistare Aldo Notari fu il mio primo incarico da cronista di una radio privata. Fu in quella occasione che lo feci arrabbiare per la prima volta. Gli chiesi, lui era Presidente Federale di fresca elezione, se aveva intenzione di dare spazio alla Lega delle società. Non che io sapessi precisamente cosa fosse una Lega (quella celebre di Bossi era ancora di là da venire…), ma mi sembrava una domanda intelligente da fare.
L’intervista la portai a termine, ma il suo eloquio mi travolse e il direttore della radio (pur favorevolmente impressionato) la mise in onda a puntate, come fosse un radio dramma.

Era bello, l’eloquio di Aldo Notari. Non forbito, ma elegante quando serviva e con punte di vernacolo che su di me (che non sono parmigiano di lingua madre) hanno sempre avuto un grande fascino.
A parole, Aldo Notari era capace di sostenere qualsiasi tesi e di non subire repliche. Ricordo un mattino d’autunno del 1986 quando, affacciato alla mitica finestra del suo ufficio all’ENEL, mi disse con nonchalance che Dwight Gooden aveva appena vinto da solo le World Series. Io, che avevo ascoltato tutte le partite per radio, sapevo benissimo che Dwight Gooden aveva perso 2 partite su 2 lanciate (se la memoria non mi tradisce, entrambe per 1-0) contro un altro giovane fenomeno dell’epoca: Roger Clemens. Ma incredibilmente gli diedi ragione.

Mi è successo altre volte, di essere disinnescato dall’eloquio di Aldo Notari. Nel 1990 gli telefonai bellicoso per lamentarmi della condizione in cui vivevano a Reggio Calabria alcune ragazze americane di cui ero procuratore.
Mi affrontò così: “Caro mio, devi decidere se fare il procuratore o il giornalista. Ma almeno, ti danno una percentuale?”. Non ebbi il coraggio di insistere.

Nel 1992 ad una premiazione lo presentai come “Presidente della FIBS e della Federazione Europea…non le resta che la scalata alla Presidenza Mondiale”. Mi incenerì con lo sguardo.
Dopo qualche mese, Aldo Notari venne eletto Presidente Mondiale.

Mi incenerì con lo sguardo anche nel 1995, quando entrai nel suo ufficio sotto le tribune dello stadio Europeo e pronunciai una battuta insolente: “Le poltrone sono di pelle umana?”.
Nel corso dell’intervista che seguì, per conto del quotidiano La Tribuna di Parma (che, per la cronaca, non durò tantissimo in edicola), fui travolto dal suo eloquio.  Erano passati 10 anni dalla prima volta. E come una decade prima accaduto con la radio, Il direttore del quotidiano mi pubblicò l’intervista a puntate, come se fosse un’inchiesta.

Qualche volta non mi comportai proprio benissimo, nei suoi confronti. Come la volta che dissi in una radiocronaca: “Qui a Parma c’è qualcuno che si crede il padrone del baseball”.
La bravata mi costò una convocazione nell’ufficio con le poltrone di pelle umana, che si concluse con la storia della nascita dello stadio Europeo.
Mentre ascoltavo una storia che sinceramente non mi interessava, senza ovviamente il coraggio di dirlo, mi rendevo conto di quale sacro fuoco dell’ambizione pervadesse quell’uomo. E un po’ mi spaventai, all’idea di quanta energia servisse per essere qualcuno.

Ma la volta che mi comportai peggio, Notari non era più Presidente della FIBS. Io ero a Bonn (Germania), inviato ad un campionato Europeo, e sbandierai ai quattro venti che il Presidente della CEB era scappato dopo la cerimonia d’apertura e non si era più visto.
Quando seppi che era corso al capezzale della moglie, cercai invano di sprofondare nel terreno.

Dopo la sua sconfitta alle elezioni del 2000, fui il primo a telefonargli.
“Ma è un po’ tardi, per diventare mio sostenitore” mi accolse pungente.
Qualche mese dopo al Mondiale di Taiwan mi presentò al Gotha del baseball mondiale come un suo amico. Perchè Aldo Notari, nel privato, era un uomo di slanci. Tanto quanto era un astuto calcolatore in politica. Soprattutto, Aldo Notari era un appassionato di baseball ed era capace di passare ore a discuterne, non da fine tessitore di trame (quale indubbiamente era) ma da tifoso a tifoso.

“Un vero dirigente è l’ultimo ad andare a dormire e il primo ad alzarsi” diceva ai Congressi. Una di tante citazioni celebri.
A ben pensarci, avessi potuto passare con lui qualche settimana mi sarei poi divertito a scrivere una sua biografia. Ma questo proposito diventerà uno dei miei tanti rimpianti di giornalista con poca pazienza.

Ovviamente, custodirò un ricordo di Aldo Notari. Non è quello del suo sguardo che mi incenerisce. Nemmeno quello delle sue convocazioni nell’ufficio con le poltrone di pelle umana.
Certo, anche quello era un Notari che non mi affrontava a brutto muso, ma io lo vedevo comunque come pericoloso.
No, il ricordo che mi rimmarrà è quello dell’unico sorriso vero che in tanti anni sono riuscito a strappargli. Ero di ritorno dagli Stati Uniti e lo incontrai per consegnargli un ritaglio dell’Herald Tribune. Diceva: “Più che un dirigente di baseball, Aldo Notari ci sembra un divo di Hollywood”.

Credo che quel ritaglio sia finito nella sua memorabile collezione.

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