Io, giornalista professionista

FICTION E PROGETTI EDITORIALI, Il praticante

Mi rivedo mentre cammino per Roma, con la giacca sul verde e la cravatta pure sul verde. La cravatta me la sto slacciando, mentre mi avvio alla fermata del metro (dev’essere l’ultima volta che ho preso il metro a Roma, perché non è una bella esperienza; preferisco prendere il metro a Città del Messico, che a Roma…). E’ il 7 marzo del 2000.

Facendo una ricerca su Google, ho scoperto che il 7 marzo 2000 viene stabilita (per Decreto Ministeriale) l’equipollenza tra la laurea in biotecnologie industriali e la laurea in tecnologie agrarie. Non so se è un grande evento. E’ una giornata con temperature straordinarie, visto che le massime arrivano al limite dei 30 gradi. Il gruppo canadese Nickelback pubblica il disco The State, che venderà un milione di copie e io scopro oggi che esiste. Claudio Baglioni inizia da Firenze il tour dei suoi 30 anni di carriera (Rockol; non ho mai visto dal vivo Baglioni e lo considero un vanto) e Berlusconi regala una delle sue proverbiali minchiate: “Essere un piduista non è un titolo di demerito”.
In altri 7 marzo, è successo di più: nel 1876 Bell ha brevettato quello strumento che chiameremo telefono e nel 1933 è stato inventato il gioco del Monopoli.

Quando mi chiamano per sostenere il colloquio, sto facendo pipì. Entro abbastanza tranquillo, e attento a non dare la mano a nessuno, per quanto lo scritto sia stato solo sufficiente. Non parto benissimo, perché confondo il reato di omesso controllo (“Scusi, eh, lei è direttore di una televisione….”) con quello di omessa denuncia. Ma ho una tesina che sfonda: parlo del caso Carretta, che avevo seguito per Teleducato a Parma.
Grazie ai miei rapporti con i Carabinieri, ero l’unico a sapere dove Ferdinando Carretta era detenuto (la Caserma dei Caribinieri di San Pancrazio). Gran scoop, con tanto di immagini vendute a Canale 5 e intervista all’Avvocato di Carretta che dice: “Si farà una perizia”, con il genio di un mio collega dal tono di voce alto che chiede: “Una perizia balistica?” (era la perizia Psichiatrica…) . Ma l’unico scoop celebrato è quello di Matteo Montan (figlio d’arte e mio ex compagno di scuola) che, da Capo Cronista della Gazzetta di Parma, Carretta lo ha trovato a Londra. Nella mia tesina scrivo che Montan ha trovato Carretta solo perché gli agenti di polizia giudiziaria che indagavano, e che lo avevano effettivamente trovato, gli han fatto la soffiata.
In Commissione ci sono giornalisti e magistrati. Un giornalista mi dice: “Beh, lo sai che questa è una pratica comune” e un magistrato va letteralmente giù di testa. Così buona parte del mio esame orale se ne va nel litigio tra i 2. Quando si ricordano di me, il giornalista dice: “Va bene, Schiroli. Si vede che il tuo mestiere lo sai fare. Ma dimmi, sai di chi ricorre il centenario della morte, il prossimo anno?”.
Rispondo che certo che lo so, è il centenario della morte di Giuseppe Verdi. Anche Novecento di Bertolucci inizia con le campane che suonano e la gente che dice: “E’ morto Verdi”.
“Ma perché Verdi non si sentiva parmigiano?”.
La risposta giusta sarebbe che Verdi era un possidente all’interno del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, quindi non propriamente parmigiano, e che i suoi possedimenti oggi sarebbero in buona parte in Provincia di Piacenza. E poi, lui non ne poteva più dei suoi conterranei perché non si facevano i cavoli loro (in questo secolo, non sono cambiati…) e davano della zoccola alla Giuseppina Strepponi (prima che Verdi la sposasse, ma anche dopo che l’aveva sposata). Ma mi limitai a rispondere che Verdi era un Patriota Italiano (vero), mentre a Parma l’adesione al Regno d’Italia non era vista con favore.
Feci un figurone, ma in realtà fui parecchio impreciso.  Verdi (classe 1813) al tempo dell’Unità d’Italia era un quarantenne compositore di crescente successo. Diciamo pure che era quasi un mito e che sicuramente era un simbolo dell’Unità d’Italia. Il Ducato era in clamorosa decadenza da ben prima che Verdi si trasferisse a Milano. Dopo l’annessione alla Francia (1801) e il ritorno all’indipendenza, teorica, visto che di fatto  era sotto l’influenza dell’Austria, con l’amata (dal popolo) Maria Luigia come Duchessa (il tutto dopo dopo il Congresso di Vienna), il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla era tornato (Maria Luigia muore nel 1847, ma la stabilità del suo Governo era insidiata dai rivoluzionari fin da 1831) ai Borbone. Che fecero un accordo con il Ducato di Modena: cessione di Guastalla in cambio di Pontremoli. I parmigiani, che erano insolenti come oggi anche allora, quando il Ducato cambiò nome in Parma, Piacenza e Stati annessi lo storpiarono in Parma, Piacenza e sassi annessi.
A quel punto, non è per niente vero che la gente non vuole l’annessione al Regno d’Italia. Anzi, nel 1848 ci sono moti d’insurrezione e un Plebiscito (37.000 sì su 39.000 votanti) sancisce l’annessione al Piemonte.  Il decennio successivo è travagliato, con una popolazione che è contro i Borbone e gli austriaci, che hanno ripristinato il Ducato. Il Duca Carlo Terzo viene ferito a morte da Alfonso Carra (un sellaio) e i primi anni ’50 del secolo diciannovesimo vedono la madre di Carlo (Luisa Maria di Berry) soffocare nel sangue le rivolte popolari. Nel 1859 la

Carlo Saverio, pretendente al titolo di Duca di Parma
Carlo Saverio, pretendente al titolo di Duca di Parma

Dinastia Borbone viene considerata decaduta (bel termine; esiste comunque ancora un pretendente al titolo, un tal Carlo Saverio Bernardo Sisto Maria di Borbone-Parma, classe 1970. I Borbone-Parma hanno anche un loro sito).
Parma (Piacenza si era staccata da un po’) entra a far parte delle Provincie del Centro Italia e l’anno successivo, con altro Plebiscito, del Regno di Sardegna.
Tutto questo allora non lo sapevo. Ma per fortuna, non lo sapeva neanche chi mi stava interrogando, che si rivelò soddisfatto e mi pregò di “accomodarmi un attimo”.
Mi richiamarono pochi minuti dopo per dirmi che ero giornalista professionista.

Mi rivedo ancora: telefono a Pierino, che mi dice: “Mi fa molto piacere che mi hai chiamato” (proprio così: oltre che con me, era in conflitto anche con il congiuntivo).
Mi rivedo anche un giorno di qualche mese prima, nel mio appartamento di piazza Aleramo. Suona il telefono ed è l’Argia, la fatalona che reggeva la Segreteria della sede di Bologna dell’Ordine. Mi dice che sono stato promosso. Anche se solo con sufficiente: “Ma l’importante era passare, a questo giro han fatto una strage”.
Lo scritto all’hotel Ergife di Roma era stato un’esperienza. Io ero convinto che avrei preso un voto altissimo, ma poi nelle tracce non c’era un titolo che uno che mi interessasse. Scrivendo, mi ero ricordato di quel che diceva durante il corso il decano Santini: “Mi raccomando, non strafate, non cercate di essere creativi”.
All’orale mi avevano commentato: “Ma il suo scritto è corretto, però non poteva cercare di essere più creativo?”.
Ricordo il ticetac delle macchine da scrivere (io usavo da anni il PC, ne dovetti noleggiare una manuale), gli omini che passano con le merende come sul treno, la busta in cui devi lasciare il cellulare, i bagni in cui si copiano i test come a scuola, il fatto che non mi ricordavo cosa sono le gerenze (lo specchietto dei giornali in cui si dice chi è il direttore responsabile etc) e la ragazza che faceva lo scritto a fianco a me che lo faceva in Tedesco e si chiamava qualcosa come Schliesser.

Pierino mi ha detto che gli faceva molto piacere, ma gli aveva fatto meno piacere quando mi avevano riconosciuto il praticantato. Perché un minuto dopo, l’INPGI (Istituto di Previdenza di noi giornalisti) si era presentata dicendo che non andava bene che pagassero i contributi all’ENPALS, ma li dovevano pagare a loro. E incidentalmente, c’era da pagare di più di quello che avevano pagato all’ENPALS.
Gran mossa, quella lì dell’INPGI. Quando mi sono dimesso da Teleducato, avendo la Telemec pagato i contributi per me fino all’ultima lira e da più di 2 anni, avevo diritto a una indennità di disoccupazione di 2.400.000 al mese.

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