Alle Maldive il pipistrello appeso a testa in giù mi fa riflettere ancora su Stalin

ECONOMIA, Maldive, POLITICA, SCHIROPENSIERO, STORIA, VIAGGI

Mi rendo conto che il primo articolo sulle letture alle Maldive non parla per niente delle Maldive. Ma è perché il tema mi ha assorbito così tanto che ho passato buona parte delle giornate del 29 e del 30 dicembre a prendere appunti. L’unica cosa che mi ha distratto, è stata un enorme pipistrello che aveva eletto la palma a fianco della nostra casetta come tana. Era appeso a testa in giù, nella miglior tradizione dei pipistrelli, e mi faceva pensare ancora di più a Stalin.
Se avete trovato eretico l’articolo precedente, questo vi scandalizzerà.

Insomma, lo devo dire: Stalin non era un socialista. Fin dal 1925 si era detto favorevole all’uso della manodopera da parte dei contadini, di fatto cancellando la pretesa che “le classi non esistono”. Quello che lui aveva in mente non era uno Stato Socialista (con i mezzi di produzione in mano ai cittadini) ma un vero e proprio Capitalismo di Stato. In questo senso, non aveva idee troppo diverse da Trotzky (che, come detto, rimproverava a Lenin la “mancanza di programmazione” in Economia).
L’economia dei Paesi Socialisti, e dell’Unione Sovietica in particolare, è stata poi (e non a caso) basata sui piani quinquennali, un’alternativa all’Economia di Mercato (NEP, Nuova Politica Economica) che si è dimostrata assolutamente inefficiente. Come spiega in una bellissima (e anche un po’ eretica, come piace a me…) inchiesta il Financial Times, l’unico modo per evitare il fallimento della command economy è il terrore (in questo, Stalin ci aveva visto giusto…), ma con il terrore si fa una industrializzazione inefficiente. Oltretutto, la mancanza di competizione politica rende impossibile accorgersi di quando servono le riforme e senza mercati competitivi mancano gli incentivi. Certo, i big data disponibili oggi potrebbero (sempre più eretico…) aiutare a ridurre gli squilibri tra un’economia pianificata e una di mercato. Ma un secolo fa, va da sè, l’ammontare di dati che abbiamo disponibile noi oggi non era nemmeno ipotizzabile.

Eppure Stalin godeva di grande sostegno della Internazionale Comunista (ComIntern; uno dei pezzi grossi era l’Italiano Palmiro Togliatti, rimasto vero leader  dopo l’arresto di Gramsci), fondata da Lenin nel 1919. Anzi, con il 1926 si può dire che inizi la stalinizzazione del ComIntern. Il punto di vista di Stalin (“l’Unione Sovietica è isolata, non tenterà di estendere la rivoluzione al resto d’Europa”) fu la chiave per la rottura definitiva con Trotzky di cui abbiamo già parlato.
Trotzky (che aveva oltretutto la colpa di essere ebreo) non fu l’unico epurato da Stalin, la cui azione sistematica contro gli oppositori passerà tristemente alla storia come purghe staliniane.
Ci sono anche parecchi indizi che portano a ipotizzare che Stalin abbia usato la Guerra Civile Spagnola (l’Unione Sovietica era scesa in campo a fianco dei Repubblicani, mentre Hitler e Mussolini appoggiavano i Golpisti, auto definitisi Nazionalisti, di Francisco Franco) per tutta una serie di regolamenti di conti. Sono morti uccisi (diciamo) da “fuoco amico” gli italiani Camillo Berneri e Guido Picelli e lo spagnolo Andreu Nin. Per il poeta Fernando Claudin (19151990), la Rivoluzione Spagnola era “subordinata alla ragion di stato sovietica”.

La Guerra Civile si concluse in Spagna nel 1939 (non è un mistero: con la vittoria di Franco, il cui regime restò in piedi fino alla morte del Generalissimo nel 1975). Ma in verità la Rivoluzione era già finita nel 1937, quando i Comunisti spagnoli (con l’appoggio dell’Unione Sovietica) avevano posto fine con la violenza all’esperienza di autogestione dell’economia tentata dagli Anarchici e che aveva portato alla collettivizzazione del 70% dei terreni in Catalogna e Aragona.
Ken Loach, nel suo commovente Terrà e Libertà, pone l’accento sul fatto che a far fallire la rivoluzione anarchica sia stata l’opposizione dei piccoli proprietari terrieri.

Ha una sua logica. Che proprio l’Unione Sovietica abbia appoggiato chi si opponeva all’abolizione della proprietà privata, ne ha meno.
George Orwell racconta l’esperienza nel suo Omaggio alla Catalogna: “si poteva respirare l’aria dell’uguaglianza…l’avidità e il terrore dell’autorità avevano cessato di esistere”.

Un libro stupendo sulla Guerra Civile spagnola è Mentre l’Inghilterra dorme di David Leavitt, ispirato a un episodio della vita di Stephen Spender (19091995), che prima di morire accusò Leavitt di plagio.

Dopo la fine della Guerra di Spagna (1940) sicari riconducibili a Stalin assassinarono Trotzky in Messico.

Dice bene l’intellettuale polacco Karol Moddzelewski: “Lo stalinismo era ed è la negazione politica del principio affermato dai comunisti secondo il quale uno Stato socialista è lo Stato della dittatura del proletariato…Stalin ha modificato la dittatura del proletariato in dittatura sul proletariato (e i contadini e gli intellettuali)”.

Ma se Stalin fosse stato tutto il problema, sarebbe bastata la nomina a Segretario del Partito Comunista Sovietico (o PCUS) di Nikita Chrushev (o Krusciov, come scrivevano i giornali italiani dell’epoca) alla morte di Stalin (1953) a risolverlo. Chruscev denunciò apertamente lo stalinismo e condannò “il culto della personalità”. Ma finì (involontariamente e indirettamente) con il porre i presupposti per uno dei grandi corto circuiti culturali di cui paghiamo le conseguenze anche oggi. Era l’uomo, e non il modello, il problema.
Leonid Breznev succedette a Chrushev nel 1964 e i cosiddetti euro comunisti trovarono abbastanza normale che l’Unione Sovietica reprimesse con la forza la Primavera di Praga (secondo Jacques Rupnik, politologo francese nato proprio a Praga nel 1950: “l’ultima vera occasione di riformare il comunismo sovietico”) e i moti sessantottini europei finirono con il ritenere “imperialista” chi criticava l’Unione Sovietica.
Conferma Rupnik: “I giovani comunisti del maggio parigino del 1968 guardavano con sospetto alla Primavera di Praga”

L’altro corto circuito culturale deriva dall’esportazione della cosiddetta participatory democracy dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna.
La Marcia su Washington di Martin Luther King (quella in cui pronunciò il leggendario discorso I Have a Dream, 1963) resta il più luminoso esempio di partecipazione diretta dei cittadini alla politica.

Almeno, quella che ha messo i presupposti per una vera e propria rivoluzione sociale, mentre la romantica Rivoluzione Anarchica di Spagna, come abbiamo visto, è durata lo spazio di un sogno.
L’eco di quel che accadeva in America diede nuova linfa al lavoro degli storici Edward Thompson e John Saville, intellettuali comunisti che avevano fondato nel 1956 in Inghilterra il giornale critico (molto vicino alle idee di Antonio Gramsci) The Reasoner, divenuto poi The New Reasoner.
I seguaci di questa corrente di pensiero però erano intellettuali (persone, insomma, senza un giorno di lavoro vero alle spalle; lo stesso si potrebbe dire di me, lo riconosco, se si eccettuano 3 mesi da magazziniere nel 1988) che teorizzavano la participatory democracy e finirono con il non essere in grado di comunicare le loro idee (che trovo assolutamente rispettabili) al proletariato. Questo corto circuito ha, secondo me, generato un virus (incapacità di comunicare con le classi meno istruite; lo stile di scrittura del direttore di MicroMega Flores D’Arcais ne è un bell’esempio) che si è impadronito di tutta la sinistra europea.

Il terzo corto circuito culturale lo ha innescato proprio Breznev, creando nel corso degli anni (resterà in carica fino al 1982) tutta una serie di meccanismi burocratici per cui potesse essere garantita la continuità del regime anche in caso di suo deperimento fisico. Anche questo dà un senso alla fine che ha fatto la politica ai giorni nostri.

Quel che sto cercando di dimostrare è che l’atteggiamento super partisan non ci porta da nessuna parte. Un leader non va valutato per come si definisce (comunista, fascista, liberale, alfiere della democrazia partecipativa…) ma per quello che fa. Dal mio punto di vista, Mussolini e Franco hanno in comune solo l’uso della violenza (eppure, Mussolini ha ispirato Franco ed entrambi si definivano Fascisti). Che è anche un tratto che hanno in comune con Stalin. Delle similitudini tra Mussolini e Lenin ho già parlato e il venezuelano Hugo Chavez è più vicino a un fascista che a un socialista. Nel senso in cui spiega il Fascismo il cantautore inglese Billy Bragg, certamente: “Il Fascismo è l’ideologia che prova a trarre benefici dall’ansia provocata dalla sensazione che nessuno sta ascoltando il volere della maggioranza”.
E, secondo questa definizione (che, come si capirà, condivido), si trova in compagnia di Matteo Salvini e Beppe Grillo.

Secondo me, l’unica vera via di salvezza sta nella solidarietà che possiamo esprimere gli uni verso gli altri. E per fortificare questa mia opinione non citerò il Papa, bensì Rosa Luxembourg: “I lavoratori trovano dei rimedi da sè, per esempio quelli occupati dedicano sistematicamente una giornata di paga alla settimana per i disoccupati. Oppure, dove il lavoro è ridotto a 4 giorni alla settimana, si organizzano in modo che nessuno venga licenziato…”.

La salvezza passa anche dalla lotta all’ignoranza. Ad esempio: dare i mezzi alle persone per conoscere la Storia. Un bel passo avanti sarebbe già iniziare a insegnare che in Italia una dittatura che si definisse Comunista non c’è mai stata, mentre una che si definisse Fascista l’ha vissuta (sulla sua pelle) la generazione dei miei genitori.
Quando Karol Moddzelewski visitò l’Italia negli anni ’60 del secolo scorso, fece questa riflessione, di cui ha recentemente dato testimonianza su MicroMega: “Non potevo non notare come in Italia l’aperta critica al governo, alla DC e persino al sistema stesso, si esprimesse pubblicamente e senza la minima paura delle conseguenze…la libertà era all’ordine del giorno…vidi come funziona una democrazia liberale, che eravamo abituati a chiamare borghese”.

Infine: ho detto (più o meno) che la fine della democrazia partecipativa arriva quando si tenta di intellettualizzarla. Ovviamente, prendetemi con l’adeguato beneficio di inventario dopo l’esempio di applicazione della democrazia partecipativa fatto dal Movimento Cinque Stelle a Roma e Torino.

5-CONTINUA

Un momento chiave dei miei viaggi è quando ho la forza di proporre a mia moglie di mettere la sveglia. In quel momento si decide che iniziamo a cercare gli animali selvatici. Visto che alle Maldive, a parte il pipistrello di cui sopra, l’unica compagnia è quella dei gechi e di lucertole che io ho ribattezzato draghetto, l’unica via è quella delle immersioni subacquee.

 

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Alle Maldive il pipistrello appeso a testa in giù mi fa riflettere ancora su Stalin ultima modifica: 2018-01-13T15:43:06+00:00 da Riccardo Schiroli