Perchè Paul Weller non sarà mai un Porcelain God

Paul Weller

Martedì 12 settembre all’Alcatraz di Milano mi chiedevo quando sarei crollato. Ero reduce da una notte in aereo (Toronto-Milano), da ore di attesa per una valigia che non sarebbe arrivata e da un (insensato?) ritorno da Milano a Parma per poi tornare a Milano. Poi Paul Weller ha intonato: Daylight comes to moonlight/And I’m at my best. Ho iniziato a cantare a squarciagola e mi sono scordato del jet lag.

Non so bene se Paul Weller si rende conto che certi suoi testi sono arrivati diretti al cuore di alcune persone, ma presumo di sì. Personaggi importanti della cultura britannica come il poeta Simon Armitage e l’attore Martin Freeman gli hanno fatto omaggi tipo quello di questo mio articolo. Che presumibilmente Paul Weller non avrà letto (anche se io, condividendo sui social network, taggo sempre le sue pagine ufficiali…).
Nello specifico: quella luce del giorno che si trasforma in luce della luna (in Italiano dice meno, che non in Inglese moonlight, lo riconosco) e il sentirsi al meglio. Faccio click e mi rivedo nella mia cameretta di via Cairoli 19 a Parma, inginocchiato che scrivo sul letto sulle agendine minuscole rosse che mio padre riceveva in omaggio dalla Cassa di Risparmio (oggi Credite Agricole). E mi fermo qui, perché se no vado a tirar fuori le agendine rosse, mi metto a leggerle e poi mi tocca commuovermi.
Ma martedì 12 settembre, su My Ever Changing Moods ho effettivamente versato la prima lacrima del concerto. Mi succede sempre, ai concerti di Paul Weller e soprattutto sulle canzoni degli Style Council (19831989). I testi di Café Bleu e Our Favourite Shop, i primi 2 album (allora si diceva così) degli Style Council sono tra i più intimisti e ispirati di Paul Weller. E vista l’innegabile affinità elettiva che c’è tra me e lui (inspiegabile, forse, visto che io sono cresciuto a Parma e lui a Woking, nel Surrey, non lontano da Londra), i testi intimisti sono quelli che più mi hanno colpito.

Sulle canzoni dei Jam, viceversa, tendo a non commuovermi. Ma piuttosto a esaltarmi. E spesso finisco con l’alzare il pugno sinistro chiuso.
Start, che dal punto di vista musicale è una rilettura di Taxman dei Beatles, è il manifesto artistico del giovane (quando l’ha scritta, aveva 22 anni) Paul. A me ha sempre colpito molto questo verso “…it would be a start/for knowing that someone in this world/loves with a passion called hate”. Nella versione sul disco Sound Affects (1980), Weller mette una rabbia incredibile, quando canta queste parole. Pensateci: amare con una passione che si chiama odio. Non è mica male come immagine.
“And what you give is what you get”, dice ancora il testo. E se è vero che non c’è più la stessa rabbia nella voce (che però è cresciuta parecchio, come qualità del tono e anche della dizione), è ancora vero che Paul Weller in concerto dà tutto. E riceve indietro tanto dal suo pubblico.

Molti si aspettano da Weller concerti nel segno della nostalgia. Se mi facesse tutto un concerto sulle canzoni dei Jam (19771982) sarei il primo ad andare giù di testa. Lo ha fatto a New York qualche anno fa. Io sono arrivato a New York il giorno dopo il concerto. Destino: i Jam dal vivo non li ho mai visti. Sarebbe bellissimo anche risentire dal vivo tutte le canzoni degli Style Council, magari qualche lato B, come Piccadilly Trail (che ho chiesto venisse eseguita all’Alcatraz, partecipando a un sondaggio del profilo Twitter ufficiale del Maestro, ma non sono stato ascoltato…).
So che Paul Weller non lo farà mai. A Londra nel 2012 al Roundhouse (storico luogo di musica dal vivo nel quartiere di Camden) disse: “Mi chiedono di fare le mie hit. Ma la musica che suono questa sera me la chiederete come hit domani…”.
Come la pensa Weller lo dice chiaro in Nova, uno dei brani dell’ultimo suo lavoro (A Kind Revolution) “Can’t seem to let it go/There’s too much to do/My mind is a running stream…”.
E il Paul Weller ancora idealista, benché nel 2018 festeggerà i 60 anni, emerge da Impossible Idea (non eseguita all’Alcatraz) “While I’m hanging around/Till my eyes fix on the impossible idea/That I’ll change the world/Maybe I’ll come to the conclusion/I can’t even change my own life/And there I fall”.
Ecco come, mi arrivi dritto al cuore. O allo stomaco, come se fosse un pugno, caro Modfather.

Lo so, sono di parte. Ma anche cercando di non mettere sul piatto della bilancia quello che le canzoni di Paul Weller hanno significato per me, il concerto di martedì 12 all’Alcatraz è stato un gran concerto. Il Maestro si è alternato tra la chitarra ritmica, la chitarra solista e il piano e ha cantato con grande grinta. Steve Craddock (nella foto di copertina: Paul Weller a destra, Craddock a sinistra, n.d.a.) ha interpretato splendidamente il suo ruolo di alter ego di Weller alla chitarra solista (ai tempi dei Jam, Paul faceva tutto da solo, ma oggi siamo tutti cresciuti…). Tutto il gruppo che accompagna Weller sul palco (Andy Crofts al basso, Thomas Van Heel alle tastiere, Steve Pilgrim alla batteria, Ben Gordelier alle percussioni) è piaciuto.
In oltre 2 ore di musica Weller ha proposto molto di A Kind Revolution e di Saturn Patterns, il disco precedente. Ha regalato anche classici del suo repertorio da solista (Changing man, Broken Stones da Stanley Road, il suo album solista di maggior successo commerciale, e Above the Clouds dal suo primo disco, che è un vero capolavoro, sono le mie preferite), una versione acustica e molto rivisitata di Pretty Green dei Jam e, al terzo bis, ha chiuso con A Town Called Malice, rivisitata in chiave più rock e meno motown rispetto all’originale ma sempre capace di far saltare come ventenni anche i fan più attempati. E occhio a questo verso micidiale: “A pint of beer or the the kids new gear/It’s a big decision in a town called malice”.

Paul Weller posa durante la promozione di ‘A kind revolution’

Quando un artista di lungo corso come Paul Weller arriva in Italia, ci sono sempre recensori che devono premettere che “è ormai tempo che non regala canzoni memorabili”. L’ho letto sul sito Rockol.it . E vorrei puntualizzare che qualcuno che dissente c’è, come potete leggere qui.
Oltretutto, per Paul Weller questi discorsi non significano nulla. Per lui, è sempre necessario guardare a domani ed evitare di crogiolarsi con ieri. Lo dice anche in Porcelain Gods (non Porcelain Blues, come è scritto nella recensione pubblicata da Rockol), uno dei momenti più intensi del concerto: “More empty words from the living dead/Who seek to explain what can’t really be said/ And how disappointed I was/To turn out after all/ Just a porcelain God/ that shatters when it falls/You’ll shout my name/But I’ll call your bluff…”

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Perchè Paul Weller non sarà mai un Porcelain God ultima modifica: 2017-09-21T23:46:12+00:00 da Riccardo Schiroli

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